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Pescare a Mosca in Friuli e nella Venezia Giulia

abbreviato PAM in FVG

Questo sito nasce, principalmente perchè non ho recuperato in rete qualcosa di simile a come immagino io un sito sulla pesca a mosca in regione, e quindi ho deciso di crearlo, pensado di non essere l’unico ad avere tale esigenza e così facendo mi son messo in gioco anche con il desiderio di confrontarmi con altri pescasportivi e far conoscere le acque della mia terra natia, che tanti bistrattano accusandoci [noi Friulani di averle rovinate ed impoverite], ma a cui sono particolaremente affezionato anche se molto meno popolose di fauna rispetto a quando ero un pischello, ma che continuano a farmi battere il cuore con angoli emozionanti… basta aprire gli occhi e guardare le rive fermandosi ad ascoltare la voce della natura. Una passione che a volte sconfina in una malattia… La pesca a mosca ti entra dentro e non ti lascia più. Ma come mai? Perché è completamente diversa da ogni altra pesca tradizionale!
Nella pesca con le esche naturali si sfruttano 4 sensi del pesce:

olfatto

(l’odore dell’esca stessa)

 gusto

(il pesce assaggia l’esca)

vibrazione

(l’esca viva si muove e vibra)

vista

(vedendo la presentazione dell’esca)

Nella pesca con gli artificiali i sensi del pesce, solleticati dall’esca si riducono a 2 la vista e la vibrazione

La pesca a Mosca invece può sfruttare solo la vista, e molto raramente la vibrazione (con l’imitazione che viene fatta patinare sulla superficie).

Discorso a parte è l’udito del pesce, tutte le pesche tradizionali sfruttano un peso per il lancio e quindi l’ingresso in acqua è più o meno rumoroso, al contrario la mosca pesando pochi grammi e sfruttando la coda di topo per presentarsi al pesce, se il lancio viene realizzato correttamente, risulta assolutamente silenziosa; eccezion fatta se l’obbiettivo è il cavedano, dove a volte si schiocca di proposito l’imitazione sul pelo d’acqua per attirare l’attenzione e quindi si sfrutta il sonoro.

Quindi per riuscire nella pesca a mosca, oltre alla tecnica che solo la pratica e la costanza permetteranno di padroneggiare più o meno bene, fattore determinante è imparare a leggere il fiume e l’ambiente in cui questo scorre, ed immedesimandosi in questo mondo ci se ne innamora anche perché il silenzio del lancio permette di ascoltare tutti gli altri suoni.

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Nonostante il meteo instabile

Se il 2022 è stato un anno siccitoso, con la maggior parte dei corsi d’acqua in sofferenza, la stagione estiva attuale, almeno al NordEst, è stata, meteorologicamente parlando, instabile, come non accadeva da anni. Tralasciando i fenomeni estremi che hanno caratterizzato il mese appena trascorso, con vento forte, bombe d’acqua e grandine come palle da tennis… Luglio ha regalato, comunque, anche qualche soddisfazione.

Sono tornato sul Ledra, a quasi un anno di distanza dall’ultimo lancio. La prima uscita non è andata proprio benissimo, niente di tragico, ma la tecnica di lancio ha mostrato tutti i limiti di un inverno e di una primavera senza un po’ di pratica. Chi conosce questo fiume, sa che non è lo spot più semplice da dove reiniziare, sia per la vegetazione presente lungo le sponde, che si protendono verso la sponda opposta quasi in un abbraccio, sia per i livelli, le buche, le lame e le zone di corrente che si trovano in acqua.

Avrei voluto ripartire dalla roggia Grava II, dove avevo finito l’anno precedente, spot molto più semplice e comodo, ma lavori di manutenzione del fondale e livelli “ballerini” hanno sconsigliato di perdere tempo con un’acqua dove i pesci erano fin troppo “stressati” e apatici.

Pescare il sabato sera, significa “passare dietro” a tutti i pescatori che già han battuto quelle acque lungo l’intera giornata, e per ottenere qualche successo è meglio aspettare le “coup de soir” e le bollate, anziché andare in caccia; se poi le bollate tardano, son rare e poco franche , le speranze di successo si riducono al lumicino. Assieme all’amico Roberto proviamo un paio di spot, se non altro per togliere la ruggine dal braccio, ma di bollate non se ne vedono. Ci si sposta, si riprova, ma il risultato non cambia, e siamo al crepuscolo. Mentre stiamo rientrando, c’è tempo per qualche ultimo lancio, da sopra la sponda, l’acqua è due metri più sotto ed il punto di presentazione quasi sulla riva opposta. Io non c’arrivo, nemmeno imprecando. Sforzando il lancio, ottengo solo un tailing loop con attorcigliamento di mosca e finale; troppa poca luce per cambiare il tutto. Roberto, invece, è più allenato e posando l’esca in una zona favorevole, riesce ad ingannare un piccolo ibrido di marmorata. Tempo di asciugare la Elk hair caddis e ci riprova, spostando di poco il punto di posa, bollata franca, ma riflessi lenti. Poco male, nuovo tentativo, stesso punto, risultato diverso, una marmorata sui 30cm si fa allamare. Come prima per guadinarla e slamarla occorre “scalare” la riva, ma con un po’ d’attenzione risulta fattibile, almeno fino a quando c’è un po’ di luce.

Risultato della giornata: Roberto 2 io 0.

Qualche giorno dopo, ci riprovo, questa volta c’è anche Luca a farmi compagnia è un giovedì. Decidiamo di provare spot diversi, quelli che negli anni passati, avevano regalato qualche soddisfazione. Ci dirigiamo verso il “ferro di cavallo”, ma i livelli sono troppo alti, le rive infrascate e qualche tronco è caduto nel fiume. “Temolandia” è in zona, è un punto di confluenza, e l’area a monte difficilmente presenta livelli troppo alti. Qui i temoli ci sono quasi sempre, ma “fregarli” è un altro conto. Se Luca, con una Red Spinner, è riuscito a farne salire qualcuno, senza però, farlo abboccare, la mia Para Adams non ha sortito nessun effetto. Non vedo schiuse perticolari e non risconosco quale insetto sia sul menù del giorno ed essendo prossimi al tramonto, ritorniamo verso il corso principale.

Rispetto a sabato, la zona dei “portelloni” sembra più viva, e Luca sbaglia un trota proprio sotto i piedi, mentre io continuo a cambiare mosca, intestardendomi su una bollata. Goddards Caddis, Para Adams, Elk Hair Caddis… niente sembra incontrare i gusti di questo pesce. Ci spostiamo un po’ a monte del ponte, per capire se la situazione bollate stia evolvendo, ma sembra che il periodo di “stanca” continui.

Siamo agli ultimi attimi di luce e decidiamo di riprovare la zona che sabato è stata così favorevole a Roberto, che nel frattempo ha deciso di farci compagnia, ma solo in veste di osservatore, per oggi ha già “vissuto” abbastanza il fiume, per altri motivi… (professionali)

Sono più a valle rispetto a quello spot, ma il braccio oggi è più caldo e l’azione di lancio più fluida e leggera, permettendomi un posa “decente” più precisa e leggera. La Elk Hair, non è stata efficace, probabilmente solo per una questione di orario e di luce: plecotteri e tricotteri sono più presenti all’imbrunire. Roberto è convinto che funzionerà! Chi sono io per discutere con chi su quelle acque ci vive?

Luca, invece ha puntato un punto sull’altra sponda, sotto una fronda, dove delle bollate franche invitano a provare, ma è uno spot difficile, alberi a destra e a manca, con un area libera solo sulla vericale e per il punto di posa ottimale, bisognerebbe ricorrere ad un sottovetta… Il risultato è un calvario, tra tailing loop della lenza, pose troppo corte o mosche che si attaccano alle foglie, sia di questa che dell’altra sponda.

Mentre a monte, le cose sono complicate, io mi trovo in una zona più libera e provo una posa al limitare di alcune erbe sommerse… tempo di guardare come si stende la coda in corrente, arriva un abboccata. Ferrare è una formalità, come scoprirò al momento di slamare… la marmorata ha mangiato talmente bene, che avrei catturato anche senza mettere in tensione la lenza.

La parte difficile viene nel momento in cui devo guadinare a causa di una sponta verticale alta più di due metri, ma con un po’ di calma e valutando bene dove mettere i piedi, riesco ad arrivare ad una distanza utile. L’esca è in profondità, ma la bocca grande e l’assenza di ardiglione non rendono troppo complicato l’operazione. Il tempo di una foto, fatta dai compagni di avventura e la mia preda ritrova la sua strada.

Sono soddisfatto, posso anche rilassarmi e guardare e tifare per Luca, nella sua impresa di ingannare la trota tra le erbe sotto le fronde che continua a bollare tranquilla. Quasi per abitudine in automatico, asciugo la mosca e stendo il finale… rilancio più per passare un po’ di tempo, in attesa che Luca vinca la sua battaglia, che non con l’intenzione di pescare ancora, tant’è che riposo l’esca quasi dove l’avevo messa prima. Questa volta l’abboccata è ancora più feroce, anche se la taglia è nettamente inferiore. Un piccolo ibrido sui 20cm non ha resistito, ma slamarlo è stato complicato e lungo, la mosca era in fondo e la bocca piccola. Ho pensato anche di tagliare il filo, tanto era il tempo che stavo perdendo, nel tentare di arpionare la testa dell’amo, ma alla fine sono riuscito a estrarlo. La trota era esausta e ossigenarla è stata cosa lunga, ma il guizzo fuori dal guadino ha riportato tutto a posto.

Il mio compagno nel frattempo, testardamente continuava ad insistere senza fortuna. A decretare la fine dei giochi è arrivato il buio e la perdita dell’ennesima mosca.

Cara la mia trota, o temolo, non importa chi tu sia… sappiamo dove stai, prima dell’autunno torneremo a trovarti…

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Eh sono Quattro… No! scherzavo solo due

Come alternativa il titolo poteva essere benissimo “Luglio con il bene che ti voglio”…

Dopo circa due anni di digiuno, delusioni e frustrazione, finalmente sono riuscito ad allamare un pesce! Quest’estate, meteorologicamente parlando non è sicuramente la più adatta causa caldo estremo e carenza idrica con molti corsi d’acqua a livelli minimi se non addirittura asciutti.

Con queste premesse, la voglia di pescare c’era, ma quello che mancava era la fiducia di poter allamare. Fortunatamente, alcuni corsi d’acqua, soprattutto sorgivi, hanno subito meno le ingiurie del meteo e di questo terribile anticiclone.

Quello che mi ha stupito maggiormente non sono state tanto le catture, ma il luogo… La cara vecchia Grava Seconda, che regolarmente viene mandata in asciutta ogni anno ed innaspettativamente ogni anno regala sorprese…

Sulla superficie nessun segno di attività, nessuna bollata, solo i vortici ed i turbamenti creati dalla corrente, di cui tenere conto durante la posa, per evitare il dragaggio. Non si vedono schiuse ed gli insetti che si posano non sembrano plecotteri o tricotteri, quindi non ho idea di quale potrebbe essere l’imitazione più azzeccata da usare. L’unica strategia da applicare è usare una mosca da lcaccia e tentare di stimolare la curiosità delle trote, con passate che seguano il naturale muoversi della corrente.

L’inutizione è stata premiata e due belle marmoratine sui 30cm si sono lasciate ingannare da una Para Adams (su cui avevo già scritto in passato un articolo dal titolo la “Regina d’Aprile”) e dalla più classica delle Jackal One, proprio quando il crepuscolo arrivava ed il Coup du soir era al culmine… e sinceramente era l’unica mosca sufficientemente visibile su una superficie oramai scura.

La Para Adams, aveva ingannato anche altre due trote, ma i tempi di reazione sono stati decisamente lunghi e le mie potenziali prede hanno riacquistato il fondo della roggia, per non lasciarlo più.

L’amico Roberto che ha insistito perché lo raggiungessi e che ha scelto la location, non ha avuto la medesima fortuna, di tre bollate franche ha ottenuto solo tre slamature subito dopo l’abboccata…

A dettare la chiusura delle ostilità è stata una parrucca formatasi sul finale conico, mentre cercavo di insidiare, probabilmente un temolo, che mi sbeffeggiava con delle bollate lente, ma candenzate. La procedura di “sgarbugliamento” avrebbe richiesto troppo tempo, considerando soprattutto la fioca luce che rimaneva ed anche la sostituzione dell’intero terminale, con la necessità di rinfilare il nylon nell’occhiello della mosca per farvi il nodo, non era una opzione praticabile in tempi utili.

Era giunto il momento di bersi una birra in compagnia parlando di pesca e di vita, dopo aver trascorso un’intero anno lontano da un fiume e senza aver tenuto una canna in mano.

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2021 un’anno senza catture

Se confronto l’anno che si sta chiudendo con le stagioni dell’ultimo decennio, da quando pesco esclusivamente a mosca, ne esce un’annata avara di soddisfazioni, dal punto di vista delle catture.

C’è da dire, che il tempo utile da dedicare a questa passione, non è stato molto. Alcuni fattori, inoltre, ne hanno condizionato la fruizione, come un meteo poco accomodante e più spesso la stanchezza, soprattutto mentale, del lavorare a turno sotto pressione costate per la pandemia in atto.

Facendo “la tara” e non guardando ai soli numeri, la situazione risulta, invece, sicuramente meno cupa.

Personalmente, ritengo, che il vero piacere della pesca non sia la cattura, ma lo stare fuori dal mondo, godendosi la natura, i suoi silenzi o i suoi suoni. Alcuni potrebbero obbiettare che questa può essere una bella scusa per giustificare un’annata senza aver allamato nemmeno un pesce, ma ripensando alle varie uscite, il ricordo che ne serbo, in mente, risulta piacevole e rilassante.

La mancanza di prede all’amo, è figlia di una mia incapacità di riusce a leggere il fiume in quel determinato momento. Nei fiumi e canali che ho girato, di code ne ho viste, alcuni esemplari, a cui quelle pinne appartenevano, erano dei signori pesci, o meglio delle signore trote, per meglio dire.

Non si raggiungono misure ragguardevoli, mangiando il primo insetto o larva che passa dinnanzi al muso… e quelle “signore” sono state piuttosto schizzinose o guardinghe. Nelle migliori delle ipotesi salivano a dare un’occhiata, nelle peggiori, si allontanavano quasi stizzite.

Chi pratica la pesca a mosca secca, sa quanto sia importante non solo la scelta dell’imitazione giusta, ma anche la sua presentazione, oltre che la fase del lancio e del recupero della coda. Quasi fosse una sinfonia, tutto deve avvenire in armonia. La scarsa pratica, hanno reso i lanci poco precisi, la posa incerta, la lettura degli insetti presenti approssimativa, ed il recupero ruvido. Non c’è da stupirsi che le catture non siano arrivate, soprattutto se l’acqua ove la tua preda nuota è trasparente come quella di fonte.

Non ero solo in questa débâcle. Assieme ad amici, molto più esperti e capaci del sottoscritto, ci siamo trovati ad assaporare l’amaro calice della sconfitta e dell’impotenza davanti a delle bollate franche che si spegnavano al passare delle nostre esche, per poi riprendere, quasi ad irriderci, qualche minuto più tardi.

Passato “le coup du soir”, sconfitti e con le pive nel sacco, l’unica cosa saggia da fare era una birra in compagnia per leccarsi le ferite, cercando di capire gli errori commessi e quali soluzioni eventualmente adottare.

Il 2021, avrebbe dovuto essere anche l’ultimo anno, con le attuali regole di pesca.

“… L’articolo 23 della legge regionale 1 dicembre 2017, n. 42 (Disposizioni regionali per la gestione delle risorse ittiche nelle acque interne) ha previsto una nuova disciplina della pesca sportiva nelle acque interne regionali…”  

“…L’individuazione delle nuove regole è affidata ad un regolamento di esecuzione, in assenza del quale, a norma dell’art. 50 comma 11 della stessa legge regionale 42/2017 si è sinora applicata la normativa preesistente continuando ad approvare di anno in anno il Calendario di pesca sportiva…”

“…L’ETPI, considerata l’importanza che il nuovo regolamento riveste per i circa 12.000 pesca sportivi regionali, ha determinato di avviare un processo di partecipazione pubblica per la definizione dei contenuti del nuovo regolamento, consentendo a chiunque interessato di potersi esprimere a riguardo, entro il 31 agosto 2021, anche proponendo nuove disposizioni o suggerendo una diversa modulazione di quelle già esistenti …”

Le proposte, per quanto ne so da fonti attendibili, sono state numerose ed al fine di valutarle al meglio con l’obbiettivo di accoglierle ed armonizzarle con le normative vigenti a livello nazionale ed europee, l’Ente per la Tutela del Patrimonio Ittico  ha prorogato di un altro anno il regolamento fin qui in vigore.

A risentire maggiormente di questa ennesima strana annata, sono i progetti paralleli attualmente in cantiere, come l’analisi degli episodi di Sampei, la traduzione della storia della pesca a mosca e l’aggiornamento ed il completamento degli “Appunti sulla pesca a mosca del luccio e degli altri predatori d’acqua dolce e salata”. Sono progetti ambiziosi, che necessitano di tempo e dedizione, al fine di pubblicare qualcosa che valga la fatica necessaria, per proporre dei contenuti fruibili e possibilmente utili. Raffazzonare il tutto per renderlo disponibile in tempi stretti, non avrebbe senso.

Vedremo se il nuovo anno, porterà ritmi lavorativi più sostenibili, permettendo o meno evoluzioni e passi avanti nella loro stesura.

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2020 Una stagione sospesa

Nell’anno del Covid, nulla poteva rimanere intoccabile o immutabile, nemmeno la pesca sportiva.

Il primo lockdown ha portato a far iniziare la stagione solo a primavera inoltrata, con l’obbligo, almeno nel primo periodo di una distanza interpersonale tra pescatori di 10 metri.

Un estate calda, turni di lavoro massacranti e fiumi con livelli non proprio ottimali, di certo sono stati fattori che non hanno aiutato ma mia attività alieutica.

Chi sperava di rifarsi in autunno con la pesca all’esocide, ha dovuto rassegnarsi, prima a causa di un autunno particolarmente caldo e successivamente per il passaggio della regione in zona arancione con relativo divieto di spostamento tra comuni.

La stagione è stata avara di soddisfazioni, ma non tutto è stato da buttare. Sono riuscito a conoscere e pescare con gente nuova, in posti che prima ignoravo ed anche se le mani non han puzzato di pesce è tutta esperienza per la prossima stagione.

Un’altra piccola nota positiva è stata una mattinata trascorsa sull’Orvenco, pescando a Tenkara con amici.

Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, e pensare che il Covid abbia giovato alla natura, che in nostra assenza o con una nostra presenza ridotta, si è potuta riprendere un po’ dei suoi spazi, magari crescendo di numero e ripopolando aree impoverite dall’attività umana.

Il 2020 è stato un anno luttuoso per molti, alcuni conoscenti e persone che stimavo se ne sono andati a causa del Sars-Cov2, altri invece stroncati da patologie diverse.

Takeo Yaguchi è tra questi ultimi, noto ai ragazzi della mia generazione per aver creato il personaggio del fumetto e del cartone animato che tutti i pescatori conoscono: Sampei, il ragazzo pescatore.(https://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2020/11/26/morto-takao-yaguchi-papa-sampei-aveva-anni_16JP5s3ol5EyTTs6TKgkLK.html?refresh_ce)

Tra i molti progetti in cantiere c’è anche quello di analizzare ognuno dei 109 episodio della serie, riordinandoli secondo una sequenza logico/temporale, indicando la trama, i personaggi presenti, le tecniche e le esche utilizzate, le specie ittiche e possibilmente i luoghi citati.

Un impegno non indifferente che non ha il solo scopo di una nostalgica visione degli episodi, con affioranti ricordi di tempi più spensierati, bensì l’obbiettivo di discernere tra mito e realtà, indicando dove la narrazione fantastica lascia il posto a riferimenti e citazioni reali e viceversa. Sorprende quando il contenuto si attenga al vero, nel Giappone e nel mondo degli anni ’70.

Purtroppo il progetto è assai lungi dal completamento, sono più o meno a metà, ma non dispero di completare il tutto per i 40 anni dalla messa in onda in Italia della serie a cartone animati avvenuta nel 1982.

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Slizza, piccolo ambasciatore dei torrenti alpini friulani

Ho sempre avuto un rapporto speciale con i torrenti alpini friulani, fin da piccolo, quando era mio padre che li affrontava con i suoi amici e tornava sempre con un bottino di catture ed aneddoti, come le scalate da brividi per scendere e salire forre od orridi, al fine di raggiungere punti inaccessibili ai più. Quando ci andava lui, ero troppo piccino per poterlo seguire, in Val Preone, dove non sono ancora mai riuscito a tornare, oppure sull’Arzino dagli zii a San Francesco o anche sul Chiarsò a Paularo terra di Avi.

Purtroppo, in questa occasione, non ho potuto godere della costruttiva compagnia di alcuni amici e maestri, che a causa di vari impegni non sono riusciti ad accompagnarmi, pescatori appassionati e molto sensibili, estremamente rispettosi nell’approcciarsi al delicato ecosistema dei torrenti alpini, come “il mestri” Maurizio con cui ho pescato nel Resia, “sensei” Davide con cui ho affrontato il Cellina, Tiziano che mi ha portato in un spot magnifico proprio sullo Slizza, Alvio con il quale abbiamo affrontato spesso il Meduna e qualche altro torrente il cui nome tengo rigorosamente segreto, Gibijo che mi ha fatto scoprire il Degano, Roberto che mi ha iniziato all’Orvenco ed alla Venzonassa.

In questo blog spesso mi è capitato e capiterà in futuro, che per preservare pesci ed ecosistema, di celare alcuni spot particolari, come proprio qui sullo Slizza, in altri addirittura il nome stesso del corso d’acqua… ad esempio alcuni torrenti frequentati con Alvio, dove un approccio sbagliato, potrebbe portare ad incrinare un delicato equilibrio tra pesci, ambiente e divertimento.

Questa avventura inizia ai primi di luglio, quando un appassionato di pesca a mosca di Ascoli, che aveva in programma un periodo di vacanza a Tarvisio, cercando informazioni su potenziali spot di pesca in zona, si è imbattuto in questo blog. Mi ha contattato per informazioni varie come sui luoghi dove andare, tecniche da usare, pesci presenti, esche da preferire, burocrazia varia necessaria… Casualmente, una giornata in cui sarei stato in turno di riposo, collimava con quelle in cui i turisti marchigiani sarebbero stati in ferie in Val Canale, ed ho pensato di fare un po’ da Chaperon e facendo gli onori di casa portarli a conoscere le acque e le bellezze della zona.

Vista la vicinanza dello Slizza con l’albergo dove alloggiavano Stefano ed Alessandro, avevo preparato 3 potenziali spot. La zona, in realtà, permetteva di scegliere tra numerosi corsi d’acqua dove poter pescare, come i laghi di Fusine o di Reibl, Slizza, Pontebbana, Dogna, Resia, Fella… ma essendo lo Slizza un delizioso torrente alpino, incastonato in alcuni panorami mozzafiato, ed in alcune zone estremamente facile da raggiungere… non ho avuto dubbi di scelta.

Il primo itinerario che avevo elaborato, coniugava un’attrazione storico-turistico-naturalistica con la pesca: l’orrido dello Slizza con il suo monumento al granatiere austiaco. Purtroppo alcune frane nella primavera scorsa, hanno causato la chiusura del sentiero, obbligandoci, per ragioni di sicurezza a desistere e scegliere altri spot.

Il video è ovviamente tratto da Youtube

Il secondo itinerario preparato è stato quello che forse i più conoscono, famoso e frequentato dalla maggior parte dei Pescatori a mosca, considerato la facilità con cui lo si può raggiungere in auto e con cui si può scendere in acqua. La zona del campo sportivo. Non avendo potuto bagnare la lenza all’Orrido, ci concentriamo a trovare il punto migliore da dove cominciare, e per farlo risaliamo. Sarebbe più corretto dire scendiamo il corso d’acqua, considerato che abbiamo deciso di pescare a risalire, ed arriviamo fino alla briglia, che ci impedisce fisicamente di proseguire oltre.

Lascio Stefano ed Alessandro, che è un novizio, decidere dove iniziare a lanciare ed io scendo lo sbarramento, facendo un po’ di alpinismo leggero con l’aiuto dei vari arbusti presenti, per tentare la fortuna in un punto che sembra molto promettente. Per l’occasione ho deciso che la Tenkara sarebbe stata la tecnica più adatta, ed avendo optato per i soli cosciali, viste le temperature, mi sono ritrovato a potermi muovere molto agilmente anche se non ero in grado di guadare i punti più profondi. Il setting usato era lo stesso che avevo usato sull’Orvenco, ovvero Nissin proSquare 360 7:3 con una Level line 4,5 lunga circa 450cm più il tip 0,14 da circa 120cm e la TFA come kebari. Un paio di lanci di prova per riprendere la mano e saggiare l’acqua… e la prima farietta sui 25 cm si fa ingannare dalla mia imitazione; la lotta è abbastanza vivace, la corrente del torrente è sostenuta e le rocce non mi agevolano, ma alla fine la preda è vinta, un attimo per ammirarla e poi tolto l’amo eccola che torna alla sua tana. La mancanza dell’ardiglione ha permesso una slamatura veloce, stressando al minimo la trota. Alcuni lanci dopo ecco un altro bell’esemplare, con dimensioni simili alla precedente, la TFA si sta rivelando veramente micidiale, diavolo di un Sensei che l’ha inventata, ed anche in questo caso le rocce mi mettono in difficolta, fino a costringermi a scendere la corrente per portare il pesce in una zona più tranquilla dove porterla poi maneggiare con tranquillità per slamarla e farla riossigenare a dovere prima di farla ritornare in libertà. Direi che la zona è stata proficua, e probabilmente avrebbe ancora qualche sorpresa da regalare, ma sono in compagnia e devo occuparmi degli ospiti.

Stefano è già in piena caccia, con una canna da 7’6 coda 4 ed una generosa mosca in Cul de Canard sta sondando le varie zone, con metodo anche se non con i risultati sperati.

Alessandro, al contrario, è alle prime armi, ha iniziato a pescare a mosca lo scorso anno, in queste condizioni ambientali fa fatica, sia per la velocità delle acque sia per gli spazi a disposizione; qui ci voleva il Mestri, che sicuramente avrebbe saputo con pochi accorgimenti correggere i movimenti errati per farlo migliorare nel lancio; infatti è palese anche ai miei occhi che la coda non ha velocità, il movimento del braccio è troppo lento, continuo e rotondo, senza accelerazioni con conseguente impossibilità a stendere il finale, e se non bastasse il piano di lavoro orizzontale è sfalsato. Purtroppo i miei consigli non possono essere efficaci come quelli di Maurizio, ma a qualcosa giovano ed una volta metabolizzati il loop migliore ed appare notevolmente più stretto di prima. Siamo risaliti fino alla cascatella del campo sportivo, senza catture, se non una mia ferrata sbagliata mentre sondavo una zona sotto la vegetazione, ma ero distratto a guardare gli altri pescare ed ho ferrato in ritardo. Visto l’orario, optiamo per il terzo itinerario della giornata, altra zona altro risultato si spera.

Il terzo itinerario invece è più a monte, ma per rispetto all’amico Tiziano che me lo ha fatto conoscere non lo rivelerò. Dal ponte che lo sovrasta si vede una buca in cui almeno una bella trota placidamente ninfeggia, e sarà il soggetto delle attenzioni di Alessandro, che a fine giornata non centrerà l’obbiettivo di “scappottare”, ma riuscirà nell’impresa di togliersi non poca ruggine nel movimento del lancio, che risulterà, a fine giornata, molto più fluido ed armonico, con delle pose più precise e morbide ed ottenendo, come premio, alcune bollate e visite dalle altre occupanti della buca. Forse la Klinkhammer che gli ho prestato non era l’imitazione adatta, magari avrebbe potuto provare qualche altra mosca, una da caccia ad esempio, vista la mancanza di schiuse, oppure una sedge o una caddis, ma l’ottima visibilità e galleggiabilità della mia parachute lo hanno fatto incaponire e perseverare ad usare quell’esca.

Prima di guadare per poi scendere, decidiamo di sondare il tratto davanti a noi, per circa una decina di metri a monte ed a valle rispetto a dove dovremmo attraversare, così da non precluderci nessuna eventuale possibile cattura. Sotto ad un masso, dove la corrente risulta più cheta, infatti una giovane fario salta per catturare la mia imitazione, ma sbaglia i tempi e la misura. Vista la vivacità ci prova anche Stefano, che dopo aver assestato la distanza e compesato il dragaggio, ottiene lo stesso risultato… la trota sbaglia la presa… Attraversiamo il torrente, alla nostra amica ci penseremo quando torniamo indietro.

Alessandro si ferma alla buca sotto il ponte, mentre io e Stefano, scendiamo fino alla briglia, dove una buca d’acqua quasi ferma di un azzurro che pare una pietra preziosa, al pari di un zaffiro e del lapislazzuli, ci incanta e ci illude. Ma tanta limpidezza, svela subito alla potenziale preda la nostra posizione, azzerando le nostre probabilità di cattura. Pasci del paesaggio, lentamente risaliamo, testando le varie lasche, cercando dietro ai sassi dove la corrente rallenta, ed a metà risalita, una farietta sui 15 centimetri, si fa tentare dalla solita tremenda TFA, è la terza cattura di giornata, mentre i miei compagni sono ancora a secco. Poco più avanti c’è una zona promettente, con una correntina più lenta che passa sotto a della vegetazione protesa verso il letto del torrente, ed è ora che Stefano porti a casa il trofeo fotografico. Mentre mi confronto con lui su come affrontare le fronde che complicano l’azione e la piccola isola di ghiaia che separa la corrente, mantengo istintivamente in trattenuta la mia lenza in acqua… qualcosa attacca la mosca, ma i riflessi sono lenti e quando ferro è tardi… ha vinto lei. Anche in questa zona non pare ci sia interesse per l’imitazione presentata dal mio ospite, e risaliamo fino all’area dove vive la trotella che sbaglia le prese. Questa volta, l’epilogo sarà diverso ed Alessandro potrà mostrare fieramente la foto che lo ritrae mentre slama una cattura a lungo agoniata.

Siamo arrivati oramai quasi alla fine della nostra avventura sullo Slizza, ho tempo ancora per qualche lancio e conoscendo una zona che in passato mi ha regalato soddisfazioni, mi sposto per provarci ancora una volta. L’area in questione presenta tre zone dove grossi massi tagliano la corrente, nella prima sono così impaziente che mi faccio vedere e la trota, lesta si rifugia nella sua tana. Secondo masso, lancio a monte, la corrente trascina la mia kebari e quasi alla fine della buca, ecco l’attacco, la ferrata è rapida, ma probabilmente la presa dell’esca è troppo esterna e la lotta dura appena pochi secondi… la trota è andata e con lei anche la possibilità di catturare in quella buca. L’ultimo punto interessante è una zona sotto il costone. Lancio più a monte possibile, facendo scendere la mosca quanto più vicino alle rocce mi è fattibile, l’acqua chiara mi permette di vedere una trota che curiosa studia l’inganno, si avvicina, poi desiste. Provo a cambiare imitazione, tento la carta della parachute a galla, e questa volta sono addirittura due le trote incuriosite che la seguono, ma il risultato non cambia… per oggi lo Slizza ha regalato abbastanza, anzi molto oltre alle mie aspettative.

Si rientra, prima che il buio complichi la risalita del crinale. Le famiglie, pazienti ed accondiscendenti, quasi come una madre amorosa con un figlio che non si stacca dai proprio giuochi, ci attendono alla base. Ci cambiamo e concludiamo la serata seduti a cena, e che cena…

Ho prenotato da Giusi a Malborghetto, un locale tipico, che ripropone un menù ispirato al rancio dei soldati della grande guerra. Erano anni che non mangiavo, nuovamente in una Gamella o Gavetta se preferite… Che nostalgia di quei tempi in cui si era di Naja e si avevano vent’anni.

 

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Orvenco 2018 – Il torrente delle cento briglie

Anche se il sottotitolo avrebbe potuto benissimo essere qualcosa di simile al titolo di un film dei fratelli Coen… “Non è un torrente per vecchi o chi non è in buona forma fisica”, senza nessuna offesa per chi ha qualche primavera in più sulle spalle o qualche etto di troppo, ma è semplice amichevole appassionato avvertimento… se non si è in buona forma fisica, meglio optare per altro itinerario, l’Orvenco, o meglio il sentiero CAI “percorso didattico delle risorgive al torrente orvenco” “Troi des Cascades”, in alcuni passaggi diventa decisamento impegnativo, alcuni strappi verticali potrebbero portare allo scoramento ed un piede messo male potrebbe rovinare la giornata, eh… una volta arrivati in cima, beh bisogna pure tornare indietro, e bisogna ricordare che saremo stanchi, quindi i pericoli ed i rischi aumenteranno.

Dopo innumerevoli rinvii sono riuscito a fare una sessione di pesca con il Sensei Davide Mascherin di Tenkara Friuli, e per l’occasione ho coinvolto anche l’amico LucaDB, grande pescatore con qualsiasi tecnica e con qualsiasi esca che non aveva mai provato a pescare con la Tenkara. Ero sicuro che non avrebbe avuto problemi, conoscendone versatilità e sensibilità nonchè il talento, ma non immaginavo che dopo 15′ di spiegazioni avrebbe catturato con soddisfazioni di tutti i presenti.

Come anticipato sopra, l’Orvenco è un torrente bellissimo, selvaggio e poco frequentato, ma un po’ pericoloso, quindi è consigliabile affrontarlo in compagnia.

Ci si arriva comodamente da Artegna, si parcheggia vicino al vecchio lavatoio e si imbocca il sentiero. Le prime briglie, sono abbastanza facili da affrontare, anche se sono un po’ infrascate e richiedono un po’ di impegno ed un minimo di tecnica di lancio, ma difficilmente deluderanno l’impavido pescatore che ha deciso di affrontarle.

Si può usare anche un altra espressione per definire l’Orvenco… il torrente ninja! in quanto bisogna essere come i guerrieri ombra giapponesi, per evitare di rivelare la nostra presenza alle trote che si celano nelle buche sotto le cascate, l’acqua limpidissima non lascia spazio a errori… anche se sono presenti 3 o 4 pesci, dopo la prima cattura o il primo errore, beh inutili insistere, difficilmente avremo un’altra occasione. Un sorpresa ci avrebbe atteso più in alto, qualcosa che raramente avevamo visto: una mosca di maggio, come se ne vedono solo nei documentari, bellissima ed enorme, solo per queste ne sarebbe valsa la pena, fare la strada e la fatica.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Inizia la sessione il Sensei Davide che si è portato una Daiwa Sagiri 39 MC, che può essere usata in due misure a 340cm e 390cm. Primo lancio ovviamente primo pesce, lancio successivo prima mosca persa, e non sarà l’ultima… le fronde non perdonano.

Sdoganato il primo spot cominciamo a salire, la briglia successiva è sufficientemente comoda, da permettere a Luca di venir iniziato alla tecnica di lancio della tenkara, gli dei del fiume sono propizi e l’amico corona l’insegnamento con una cattura, che siamo riusciti ad immortalare con le foto.

Ora il conto è un pesce a testa per i miei compari, manco io all’appello, si passa alla buca successiva, e nonostante debba riprendere mano con il lancio, con la mia Nissin Super Probe 360 7:3, che è più reattiva della NISSIN HONRYU 380 6:4 che Sensei Davide mi aveva fatto usare la prima volta che siamo usciti a pescare assieme, i risultati non hanno tardato ad arrivare con una bellissima anche se piccola fario selvaggia all’amo, che non ha saputo resistere alla Kebari TFA (mosca da tenkara  – Tenkara Friuli Acchiappatutto) che avevo costruito nei giorni precedenti.

Sembra tutto facile, ma la scalata non è ancora iniziata ed ora se vogliamo continuare a pescare, si deve chiudere le canne ed iniziare a salire seguendo il sentiero.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Ogni tanto ci dobbiamo fermare per tirare il fiato, ma fortunatamente la conformazione della valle dove scorre il torrente, essendo ricchissima di vegetazione, mantiene l’atmosfera fresca, altrimenti con il sole di giugno battente, probabilmente avremmo dovuto alzare bandiera bianca, anche perchè farsi un sentiero CAI con i waders, non è proprio comodissimo. I passaggi vicino agli orridi, sono suggestivi e terrificanti allo stesso tempo, ma se vogliamo riaprire le canne dobbiamo proseguire.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Dopo un periodo che sembra infinito, il corso d’acqua torna a scorrere su un terreno più agevole, ed il suono di una cascata preannuncia nuovi momenti di sport, ma i panorami fin qui donati sono mozzafiato.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Alternandoci al lancio, considerando che gli spazi non sono comodissimi, proseguiamo nella nostra azione, di briglia in briglia, di cattura in cattura, continuando a salire fino a quando… non ci appare di fronte un costone roccioso, che ci suggerisce che per continuare dobbiamo allontanarci parecchio dal sentiero per salire molto di quota, e che siamo quasi all’orario di pranzo, decidiamo che possiamo essere più che soddisfatti della giornata e dell’esperienza fatta, con un paio di catture a testa, senza contare le trote che si sono slamate in fase di recupero o quelle sbagliate in ferrata.

Come si diceva, una volta saliti, bisogna anche scendere, ovviamente la strada del ritorno è più veloce, ma non meno infida, fortunatamente i passaggi più delicati sono sull’asciutto, se avesse piovuto nei giorni precedenti, alcune rocce coperte di muschio avrebbero potuto essere estremamente infide.

Quando giungiamo alla vettura, siamo praticamente in acqua, ci dobbiamo sedere nel lavatoio all’ombra ed al fresco per recuperare un po’ le forze e smaltire l’acido lattico accumulato nelle gambe, cambiare d’abito, che un pescatore previdente porta sempre appresso, prima di porte prendere la via di casa e fermarci a bere una birra in compagnia che avrà il sapore più dolce e fresco che si ricordi.

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Maggio 2018, si apre ufficialmente la stagione del luccio.

Quest’anno per varie ragioni, nel cui merito non voglio addentrarmi, il divieto della pesca al luccio o meglio il così detto “NoKill” al luccio, è stato tolto, ma il legislatore si è scordato di reintrodurre il divieto di insidiare l’esocide nel periodo della frega (gennaio-aprile), come era, invece, in passato.

Questo, però, non cambia la mia mentalità nei confronti dei pesci ed il rispetto che meritano, quindi, per quanto mi riguarda, non si va a pescare “paperi” prima della festa nazionale del lavoro, stesso dicasi per il temolo, che fino alla fine del mese delle rose evito le zone dov’è presente e comunque cerco di pescare a piede asciutto, per preservare in nidi di frega.

Quando un frequentatore del Forum “pescare in friuli venezia giulia” ha buttato l’idea di una pescata al lupo d’acqua dolce dalla barca… non sono riuscito a trattenermi e gli ho scroccato un passaggio, ma ho portato in cambio delle birrette da bere a bordo in caso di successo (durante la sessione) oppure  in caso di clamoroso cappotto successivamente per leccarsi le ferite. Quindi una enorme e doveroso grazie per la pescata va a Cristian89.

Per rispetto nei confronti del Comandante del natante, un piccolo, ma funzionale Tender con motore elettrico, ed al suo amico,  che glielo aveva suggerito, non posso rivelare dove si trova lo Spot, dico solo che sulla licenza ho segnato A2.

La sessione di pesca è iniziata verso le 17.00, quando la marea era quasi al minimo, e siamo andati avanti fino al tramonto, anche se il sottoscritto ha dovuto alzare bandiera bianca una mezzoretta, prima causa di un infiammazione al polso ed ai muscoli dell’avambraccio sinistro, causato dalle numero “strippate” che si sono susseguite in circa tre ore di full immersion, o quasi, di pesca.

A tutti gli effetti, era la prima volta che andavo “seriamente” a lucci a primavera, e nel periodo post frega, quindi per me era tutto nuovo, spot sconosciuto, setting da usare, mosca adatta alla stagione, tipo di recupero, umore del predatore…

Abbiamo risalito la corrente cercando di non rimanere incagliati nelle erbe, che in certi punti creavano una vera prateria, mentre in altri si seguivano dei canali più sgombri. Il letto del corso d’acqua non era regolare, ampie buche dove la corrente era quasi ferma, si susseguivano a zone molto meno profonde facilmente riconoscibili per la vegetazione affiorante e l’improvviso aumento della velocità della corrente. Dopo alcune decine di minuti, abbiamo trovato un punto interessante da cui cominciare, ed abbiamo bagnato le lenze, io a mosca ed il mio compagno a spinning pesante, così abbiamo differenziato le tecniche ed abbiamo potuto confrontarci man mano con le rispettive esperienze dirette.

Prima di iniziare la sessione di pesca pensavo che avremmo avuto problemi e trovato delle difficolta a pescare entrambi ed in contemporanea, stando su quel piccolo “guscio di noce” di circa 3 metri, ed invece con Cristian al timone ed io a prua (meglio di Leonardo Di Caprio in Titanic 😉 ) ci siamo subito trovati a nostro agio; uno batteva una sponda, l’altro l’opposta, se il Tender ruotava invertivamo le aree di lavoro, oppure ci concentravama entrambi su qualche punto che pareva più profiquo, ad esempio qualche albero caduto semi sommerso oppure ostacoli affioranti come bricole o pontili d’ormeggio, facendo particolare attenzione alle cime delle altre barche in acqua.

Il primo sussulto è arrivato sul mio amo, avevo montato un clouser bianco e giallo con un terminale float da 120cm a nodi conico con coda galleggiante e pescavo con lanci a raggiera ampia e recupero misto.

Un luccetto sui 35 cm ha completamente ingoiato l’esca. Fortunatamente avevo appresso il mio super guadino da grandi predatori, perchè la slamatura si è rivelata estremamente complicata, sia perchè il pesce aveva completamente ingoiato l’esca, il nodo di chiusura era al livello dei denti inferiori, sia perchè le dimensioni dello stesso complicavano la procedura… non riuscivo ad opercolarlo ed a maneggiarlo correttamente senza rischiare di danneggiarlo. Togliere l’esca era fuori discussione, anche perchè avevo commesso un tragico fatale errore… mi ero scordato di togliere l’ardiglione, quindi pensare di spingere più in profondità la mosca per poi tentare di ruotarla di  90° a destra o sinistra avrebbe lesionato ancora di più la bestiola… l’unica soluzione percorribile era riuscire a tranciare l’amo, lasciandogli solo la minima parte conficcata ed estrarre quello che ne rimaneva dell’esca, ma anche questa strada non era semplice, bisognava passare attraverso le branchie, cercando di tenere il pesce fuori dall’acqua il meno possibile, sperando che collaborasse dimenandosi il meno possibile… alla fine, dopo alcune decine di secondi che sono sembrati un eternità, le tronchesi lunghe che avevo comprato a fine 2017, pagandole un botto o quasi, hanno dimostrato tutto il loro valore, tranciando di netto e quasi senza sforzo un amo 3/0 riusciendo soprattutto a passare con la testa di taglio tra le branchie senza danneggiare ulteriormente quel piccolo, futuro, grande predatore. Estratto quello che rimaneva del clouser, e donato come omaggio e ricordo al mio collega, abbiamo lasciato che il luccio si riprendesse ed ossigenasse al sicuro nel grande guadino gommato, per poi lasciarlo raggiugere nuovamente la libertà ed il grande fiume, non prima di averlo ringraziato per le emozioni regalate e la paura che ci ha fatto prendere, con quell’esca praticamente nello stomaco.

A questo punto una doverosa pausa di riflessione ed una birra per brindare sia alla cattura che al roccambolesco rilascio era quanto meno doverosa. Per quanto mi riguardava, ero pienamente soddisfatto, avevo conosciuto un nuovo interessantissimo spot, avevo azzeccato il setting e l’esca corretta, avevo ingannato un nobile predatore… ora toccava al mio compare, provare la gioia di “scappottare”, ed il passaggio da HardBait a SoftBait non ha tardato a dare i suoi frutti… non c’è stato un attacco finalizzato, ma un bellissimo inseguimento con un paio di “toccate”, ma l’amo era qualche millimetro a monte ed il tutto si è concluso con un nulla di fatto, ma almeno l’esca era quella giusta, e tenuta alla profondità corretta.

Facendoci trascinare dalla corrente siamo scesi verso valle, compensando l’eventuale corrente eccessiva con il motore elettrico.

Lo spot non ha deluso le aspettative: utilizzando sempre la medesima tecnica altri due piccoli lucci, sui 35/40 cm non hanno resistito all’inganno del clouser e si sono fatti allamare, fortunatamente la mosca, in queste occasioni, era molto più libera e la mancanza dell’ardiglione (rimosso prima di reiniziare la sessione) ha agevolato non poco la slamatura, anzi il secondo esocide, preso quasi nella stessa area del precedente, si è liberato dell’amo praticamente nel guadino, risparmiandomi la fatica di usare le pinze a becco lungo, le quali sono servite per il primo, ma l’operazione è durata veramente pochi secondi, compresa la foto ricordo.

Ora la situazione cominciava, però, a pesarmi, io avevo già tre tacche sulla canna ed il mio compagno che si era fatto la sudata per mettere in acqua la barchetta, compreso motore e batteria, nemmeno una, se escludiamo quel fugace attacco sulla softbait… pareva che questa volta gli dei della pesca non volessero collaborare. Forse l’esca era davvero troppo grossa, Cristian era tornato all’HardBait, ed aveva optato per un’imitazione di iridea da quasi 100gr, forse la presentazione risultava spesso troppo rumorosa, ma il movimento dell’esca in acqua era realistico, forse il predatore non conosceva il pesce reale che l’esca imitava… ed a complicare il tutto ci si mettevano pure i “piumini” che posandosi sulla superficie dell’acqua si attaccavano alle lenze, ma la fortuna o la sfortuna stava per girare.

Cristian lancia in una “morta” in prossimità di un albero caduto semisommerso, e quando è a mezza distanza tra la sponda e la barca, ecco le parole che speravo di udire da tempo, “Eccolo, ce l’ho”. Mi preparo, recupero tutta la coda che avevo ancora in acqua, metto giù la canna e prendo il guadino, guardo il punto dove la lenza incontra l’acqua, scorgo la sagoma al disotto e … non è proprio un luccetto, magari non il big che l’amico sperava di insidiare con un esca così voluminosa, ma è comunque una gran bella preda, al secondo tentativo il pesce è nella rete. Il compare si merita un bel “cinque”, dopo di chè opercolato per bene, con le pinze rimuovo l’ancoretta e faccio rifiatare il nostro amico tenendolo nel guadino; misuratina veloce a spanne (circa 2 e 1/2, corrispondente ad una lunghezza stimata di circa 55/60cm) lo ammiriamo e lo ringraziamo per il divertimento e lo restituiamo al suo ambiente.

Ora posso essere soddisfatto, abbiamo “scappottato” entrambi.

Il fiume non aveva, però, finito di elargire doni, scendiamo di alcune decine di metri, ed ecco che un altro luccio sempre della stessa taglia dei precedenti si fa tentare dal solito micidiale clouser… anche in questo caso la slamatura risulta veloce e facile.

Questa ultima cattura mi regala un sorriso al pensiero che siano presenti tanti Esox Lucius giovani, avranno circa 1 o 2 anni, e mi fa ben sperare per il futuro della specie e del divertimento che possono regalare, a patto che noi pescatori rispettiamo le prede ed il loro ambiente.

Oramai siamo al crepuscolo, l’avambraccio mi fa un male cane, e quindi lascio che Cristian tenti il bis, senza fastidi alle spalle, ma con la luce che cala, anche l’attività diminuisce, alcune scardole o cavedani, bollano o saltano sotto riva, magari su qualche mosca di maggio, mentre per noi è arrivato il momento di tornare a riva, scaricare tutto e caricare il natante sull’auto per poi rincasare.

Quando finiamo c’è solo la lampada sulla fronte di Cristian che ci permette di vedere, diavolo di un uomo attrezzato :), cinghiamo la barca sulle barre portatutto e ci diamo appuntamento ad una futura prossima uscita in compagnia, visto che pesca a mosca e pesca a spinning possono convivere non solo nello stesso ambiente, ma anche sullo stesso piccolo scafo.

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RIP

Fine 2017 ci ha lasciato Piero Lumini

Inizio 2018 se n’è andato anche Roberto Pragliola

In poche settimane il mondo della pesca a mosca ha perso due insuperabili maestri, sublimi pescatori ed innovatori, fini scrittori e grandi uomini.

Grazie per tutto quello che ci avete insegnato e lasciato.

RIP

 

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Un tributo a… “in mezzo scorre il fiume”

In mezzo scorre il fiume (A River Runs Through It) è un film del 1992 diretto da Robert Redford. Il film è tratto dall’omonimo libro autobiografico di Norman Maclean, pubblicato nel 1976. Ambientato nel Montana tra il 1910 e il 1925, ricalca fedelmente il romanzo di Maclean. Intercalata da documenti (veri o finti) fotografici d’epoca in color seppia, è la storia del rapporto tra due fratelli che il padre, severo pastore presbiteriano, educa nel culto di Dio, del bene e della pesca con la mosca. Ma i due fratelli sono diversi: uno è serio, studioso e discretamente noioso, l’altro è un simpatico scapestrato, accanito frequentatore di gonnelle e tavoli da gioco.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/In_mezzo_scorre_il_fiume

Quando usci questo capolavoro, premio oscar per la fotografia, mi ero da poco avvicinato alla pesca a mosca, come tecnica di lancio, grazie ad un corso con il Maestro Maurizio e ne rimasi affascianto, per i paesaggi (quelli del Montana negli Stati Uniti), ma soprattutto per le scene di pesca e di lancio.

Quest’anno durante il periodo delle feste, l’ho rivisto e mi è venuta l’idea di ritagliare le singole scene e farne un video tributo… e così ho fatto.

Non sono un filmmaker ed il risultato è il meglio che sono riuscito a fare con le mie capacità e con le risorse che avevo a disposizione: un programma di video editing di base (Movie Maker) ed il video scaricato da youtube (https://www.youtube.com/watch?v=x8UnW2SQEVk) in spagnolo ma senza traccia audio (non avendo trovato la versione italiana)

Il filmato completo dura circa 2h ovvero 123 minuti, il mio tributo circa 22 minuti ovvero 1/5 di tutto il film è di scene di pesca o ambienti del Montana.

le sequenze dei tagli che ho selezionato sono indicativamente

  • 00:22 – 00:55
  • 03:58 – 06:02
  • 08:06 – 09:01
  • 13:30 – 13:43
  • 25:25 – 27:35
  • 36:12 – 39:47
  • 55:38 – 56:11
  • 1:42:57 – 1:52:31
  • 1:56:00 – 1:59.26
  • 2:01:17 – 2:01:21
  • 2:03:05 – 2:03:11

Non sapendo quale colonna sonora usare, mi son ispirato alla musica che s’ode quando si pesca.

Buona visione 😉 sperando che youtube non lo elimini per qualche regola di copyright.

https://youtu.be/rHJT50c8wJA

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E luccio sia!

Ieri mattina, l’obbiettivo era solo quello di stare in mezzo alla natura, con un amico e conoscere un posto nuovo, ma a mezzo dì son rientrato a casa con un sorriso a trentadue denti!

Sveglia alle 7.00 per capire come buttava il meteo, visto il periodo di pioggia costante dopo un’estate di siccità. A primo sguardo sempra che sarà una giornata accettabile, ma un lacuna nella mia attrezzatura, mi turba; non trovo le tronchesi, vero che dovrei acquistare quelle nuove, più lunghe e quindi con misura più adatta all’uso di pesca al luccio, ma piuttosto che non averle, vanno bene anche quelle corte. Non me la sento di pescare senza le tronchesi, quindi prendo in prestito le tenaglie di mio suocero.

Aggiornamento rapido con Rothwulf per l’orario di partenza, okay per le 8.00 con destinazione Isola Morosini. Perchè proprio ad Isola? semplice perchè ne ho sempre sentito parlare, ma non ci sono mai stato e considerato che il mio compagno di avventura, conosce la strada ed i vari punti da dove pescare, non vedo l’ora di vedere un posto nuovo, anche con l’obbiettivo di trovare un punto da dove calare e far risalire il kayak, considerto che tutti quelli che mi han parlato di quello spot ne parlano come di un posto piuttosto infrascato, difficile da pescare da riva a spinning, praticamente impossibile a mosca, e l’unica alternativa è da dentro.

Arriviamo a Isola, il posto a pelle mi piace, è come l’ho visto in alcuni video su youtube, ma soprattutto è confermata la sensazione di un posto ostico dove pescare da riva, quindi decido che almeno in questo frangente, farò solo da assistente al guadino 😉 mentre il mio amico pesca, e frutto l’occasione per studiare ben bene la zona. Rothwulf ce la mette tutta, ma il pesce non collabora, intanto la giornata volge al bello, e dopo aver scovato un punto ideale per calare e salpare il kayak, si decide di cambiare spot.

Ci spostiamo in una zona che in passato aveva regalato qualche cattura interessante, soprattutto a spinning, mentre è piuttosto complicata per la mosca, anche se non impossibile. Decido di rompere gli indugi e di montare l’attrezzatura e tentare di insediare qualche esocide, setting della giornata considerato sia il canale che le temperature: shooting head intermedia, terminale da intermedia e Flashtail whistler bianco e rosso. L’acqua è limpida e si vede chiaramente fondo ed erbe, nonchè la presenza di pesce foraggio quali scardolette. Dopo alcuni lanci test, per riprendere mano con la canna e l’attrezzatura “pesante” comincio a cercare di fare dei lanci su target precisi con dei recuperi abbastanza vari. Non vedo inseguimenti per parecchi quarti d’ora, fino a quando un luccetto, forse lungo il doppio dell’esca non prova a testare i miei riflessi e la mia emotività, seguendo la mosca con interesse, ma non riesco a far partire l’attacco e mi ritrovo a dover alzare l’esca dall’acqua che oramai è arrivata sotto i miei piedi.

La curiosità del pesce era momentanea, nonostante i miei sforzi non riesco a stimolarlo ulteriormente, ma nemmeno Rothwulf che nel frattempo mi ha raggiunto, e prova a tentare il piccolo esocide variando esca e recupero, ma a parte qualche sparuto inseguimento, non riesce a generare un vero e proprio attacco.

Decidiamo di cambiare di nuovo, sta volta tentiamo di “vincere facile”! Destinazione un canale che già in passato ci ha regalato catture e divertimento, dove ho salpato il mio primo luccio in assoluto ed anche il primo a mosca. Rispetto al passato in cui si andava in autunno avanzato, ieri le sponde erano cariche di vegetazione, come i canneti che complicano l’accesso e l’azione di pesca ed in acqua le erbe erano ancora molte facendo incagliare non poco le esche durante i recuperi, generando false sensazioni. Primi lanci infruttuosi; lentamente si scende il corso del canale, si esce dalla zona dei canneti, e quindi si semplifica la dinamica dei lanci, ora riesco ad essere più preciso ed anche i recuperi risultano più gestibili. Dopo vari lanci a  favore di braccio dominante, ovvero con la mia spalla destra verso il canale, la sequenza a raggiera mi costringe a dover usare un lancio rovesciato, con la canna che carica la coda sopra la spalla sinistra. Inizio il recupero, mi fermo, anche, per raccogliere meglio la coda nel cestino, così da evitare che si ingrovigli ulteriormente con la vegetazione. Riprendo il recupero, ma la mosca non si muove, ho preso sicuramente dell’erba, poi sento un peso, tendo la canna il peso non si sposta, avvolgo la coda sul mulinello, ed ecco che la sensazione diventa certezza, PESCE IN CANNA!!!

Inizia la lotta, ma non voglio prolungarla troppo, non voglio che il pesce accumuli acido lattico, lo tiro sotto riva, tecnica dell’opercolo, ecco che guardo la mia preda negli occhi, le fauci spalancate mi permettono di vedere nitidamente l’esca, bella piantata in fondo, CAVOLO, questa non ci voleva, poi noto che la punta dell’amo è fuoriuscita e si trova nella guancia, beh mi va di lusso, tronchesi e via… Magari fosse così semplice, prima di tutto è proprio a contatto con la pelle della guancia e poi le tenaglie non tagliano, secondo tentativo e finalmente riesco a tagliare l’amo, pinze a becco lungo e l’esca è fuori, Rothwulf dall’altra sponda mi chiama per la foto di rito, ma oramai la cattura è già nuovamente in acqua, e come provo a risalparlo, si divincola e riacquista la libertà, lo saluto e ringrazio, mentre si allontana verso la sua tana, per il divertimento regalatomi.

Ora tocca al mio compare che a spinning deve stuzzicare qualche altro esocide, cosa che avviene poco dopo, un bell’esemplare viene tentato da un cucchiaio modificato con una gomma in coda, ma l’amo singolo senza ardiglione, non riesce a far presa nel palato del predatore. Rothwulf cambia esca, passa ad un minnow con ancoretta, il predatore è affamato e non disdegna un ulteriore attacco, dall’alto dell’altra sponda è bellissimo godersi lo spettacolo del luccio che esce dalla tana e si avventa sull’esca è soprattutto molto educativo, che mi permette di vedere, dal vero in presa diretta, il comporamento dell’esocide, che dopo aver chiuso le fausi attorno all’esca, rimane improvvisamente fermo immobile, come se stesse cercando di capire che sapore abbia quanto appena catturato. Rothwulf comincia a recuperare, inizia le lotta, che si conclude con la slamatura della preda a meno di 20 cm dalla bocca del guadino, probabilmente non era giornata per una bella foto ricordo. 🙂

Oramai la mattinata è arrivata al suo epigolo naturale, suona mezzogiorno, ed è ora di lasciare in pace in nostri amici pesci che anche oggi ci hanno fatto divertire e tornare alle nostre dimore per il giusto desinare.

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